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Faenza, la Piccola Betlemme conferma: «Nel 2025 crescono le domande, non solo di cibo, ma anche di welfare»

volontari della Piccola Betlemme12 Dicembre 2025 – Riccardo Isola – Alle porte di Faenza c’è un luogo in cui il Natale sembra riuscire ancora a compiere il suo piccolo miracolo. È la Piccola Betlemme, l’associazione fondata nel 2017 da Luca Venturi e dalla moglie Camilla Marangon, un presidio sociale diventato negli anni un argine silenzioso ma tenace contro l’emergenza che scorre sotto traccia, giorno dopo giorno, tra persone e famiglie sempre più fragili.
Qui la crisi non è un concetto astratto. Ha volti, storie, voci che arrivano ogni giorno da chi è rimasto indietro: italiani e stranieri «in forte crescita», anziani soli, persone con difficoltà psicologiche, psichiatriche o legali, nuclei familiari impoveriti dal post Covid, dalle alluvioni, da un’economia che non riesce più a garantire neppure la normalità.
La Piccola Betlemme offre un abbraccio che non chiede niente in cambio. Un abbraccio fatto di calore umano e di cibo vero, fresco, cucinato con cura. «La situazione è difficile, sempre di più» ammette Venturi. «E durante le festività la pressione aumenta. Per questo saremo aperti anche il 24, sia a pranzo che a cena, poi il 26 dicembre e a fine anno.
Il 26 ci sarà anche la consegna dei pacchi da parte di Babbo Natale. «Doni utili, che rendono concreto quel gesto di cura che ci fa sentire umani». Per molti di loro è l’unico momento di festa che conoscono da anni. Sono «almeno un centinaio» i pasti serviti ogni apertura, tre volte alla settimana. Ma non è solo nutrimento: è ascolto, relazione, dignità restituita. Sono questi i doni che l’associazione distribuisce senza sosta, raggiungendo una fetta di società che, altrimenti, rischierebbe di non incontrare mai risposte continuative dal sistema istituzionale. Angeli della tavola, li definisce qualcuno. Il medico-ideatore Venturi ricorda come «fin dalla nascita ci siamo messi in campo offrendo ciò che sappiamo fare: pasti caldi a chiunque chieda aiuto».
Poi è arrivato anche l’emporio solidale: borse settimanali per famiglie e persone sole, fino a 30-40 kg di alimenti e materiali per la casa e l’igiene personale. Impossibile, oggi, quantificare il totale dell’impegno. «Parliamo di decine di migliaia di pasti e di beni distribuiti in questi sette anni». Un’opera imponente, resa possibile, sottolinea Venturi «grazie a una sensibilità straordinaria e trasversale». Donazioni di negozi, aziende grandi e piccole, marchi della Gdo, privati che suonano al campanello con sacchi di viveri.
E poi il cuore dei volontari, decine di persone che hanno scelto di esserci. «Sono la nostra forza. Senza di loro tutto questo non sarebbe immaginabile». Lo scenario attuale, nella sede di via Leonardo Da Vinci, parla chiaro: tra chi frequenta l’area ristorante, il 40% è di origine italiana e faentina; il resto proviene prevalentemente da Nord Africa, Albania e Afghanistan. All’emporio, invece, la presenza italiana cala fino all’8-10%. E la richiesta cresce.
Per questo Venturi guarda avanti, con la consueta determinazione: «Abbiamo bisogno di allargare la zona ristorante, ormai insufficiente. Serve anche il prolungamento della navetta fino a noi: tanti lo chiedono e non sempre riusciamo a dare alternative efficaci». Ma l’appello più urgente riguarda lo spazio superiore della struttura, oggi inutilizzabile: «Ci viene chiesto di poter offrire un letto, una doccia, un luogo per lavarsi i vestiti. Per farlo serve l’agibilità. Chiediamo che l’amministrazione comunale, che ringraziamo per la concessione degli spazi, ci aiuti a compiere questo passo». Perché dietro quelle porte, soprattutto a Natale, nessuno dovrebbe restare al freddo.
E perché la Piccola Betlemme, con la sua luce silenziosa, ricorda che la solidarietà non è un gesto natalizio, ma un esercizio quotidiano di umanità.

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